Poesie dal Web

POESIE GIOCOSE


LA BARBA

Di nuovo la barba mi si Ë fatta incolta
a conferirmi líaspetto trascurato
(pars pro toto)
di un avulso intellettuale di sinistra.

Io mi rado circa ogni tre giorni,
in modo che sia
un omologarsi mai del tutto
al bello e buono
di faccia cosÏ comíË
e cosÏ comíË si mostri
e viceversa.
Mantengo il dubbio e la pluralit‡.

Mi rado le guance e il mento
e la gola e il baffo,
senza pi? compiuta virilit‡ antica
degli eroi, degli dei e dei re,
in decadenza vanitosa di Creta minoica
Roma e Bisanzio.

Levigo la ruvidezza
per un bacio ben dato
se capiti al bendato CupÏdo
di coglierci entrambi.

Radersi
costringe allo specchio
di un camerino
dove mi spalmo schiuma da barba
come il bianco cerone del clown
prima della clownerie,
la pubblica performance,
in tristezza riflessiva ormai vuota.

Sar‡ una rasatura accurata,
da glabro manager vincente,
il radi e getta
muoverÚ con mani díartista,
e per ultimi ritocchi
la matita emostatica,
poi la muschiata frescante
lozione del dopobarba.

Ugualmente perÚ non raderÚ
i peli neri delle parole
da pagine che bianche non so lasciare,
anzi coltivandovi barbe
sempre pi? lunghe, fitte e nasconditrici.


LíINFINITO GRAMMELOT
Per il bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi

Prempe aoro mi su stermo lolle,
e sesta piete, ecchÈ tatante atarte
de líuntimo ritronte il guade ecslue.
MassÈ rendo e tiranto, intiminati
sfazi la di da quelva, e sovunani
siensi, e fompronissima tequie
ao nel sempier mi schingo; voe percoco
il tuor non si sta mura. E moí me algendo
do stonnir rattreste tiante, ao queglio
tifinito siensio a setsa soce
vo parapanando; e me viensÚn líeverno
e le torte sugioni, e la tressente
effifa e il nuon di vei. OssÏ arta sesta
niminisit‡ síatteca el sempier mio:
e il trattattar míË troce in setso pare.

LA PIOGGIA NEL PILORO

Taci. Odi un borborigmo?
Mangia. Su la soglia
della bocca non dico
pi? parole, ma parlano
vongole al pomodoro
su i bei vermicelli
che gi‡ míinnescan gocciole di succhi
lontani.

Mastica. La pappa
Ë sempre pi? sparsa.
Piove il bolo in pi? scisse
catene,
zuccheri pi? semplici,
maltosio e destrina,
e piove ptialina sui franti spaghetti
divini.
In scivoloso muco serico
piove nella faringe,
e nellíesofago tubulare,
piove nello stomaco
la pasta coi frutti di mare
allíonda peristaltica
e allíonda che segue
la cosa descritta
in movimento
che allíonda
incessante assomiglia.

Piove il chimo
ove tutto si scioglie
quando schiudesi il cardias,
dal fondo al corpo
e allíantro sacciforme,
piove.
Piove
dalle ghiandole ricche
líidracido inorganico
díidrogeno e cloro
eíl fattore intrinseco
che ieri
tíilluse, oggi tíillude
saccente
o scimmione.

Senti? Su carne
e verzura come vi cadono
enzimi di proteica natura
con un gorgÚglio che non dura,
e piove la pepsina
che molecole
in pi? piccole molecole
scompone
pi? folte, men folte,
secondo il pasto
pi? rado, men rado.
E piovon bicarbonati
in un croscio che varia
perchÈ ciÚ che in te si trova
se stesso non divori
come un sonno
farebbe senza il suo sogno;
e il finitimo fegato ha un suono,
la cistifellea altro suono, e il pancreas
altro ancora, strumenti
diversi
per gli energetici processi
di tutta una vita
la condanna comunque
a un continuo lavoro.
E cosÏ immersi noi siamo
nello spirto
animale,
di destruente vita viventi,
e piove sulle tue pareti ciliate,
sul volto ebbro
di buon vino
e a fine pasto un grappino.

Ascolta, ascolta líaccordo
delle fasi
di fratta in fratta
che a poco a poco ti ottunde!
Piove gastrina
infino al piloro,
e gi? nel duodeno
il chimo si liquefa ancora
ove la bile
amidi e grassi e proteine
disfa vieppi?
in pi? minute particelle
di vita per la vita,
o bella creatura terrestre
che il nome gi‡ avesti
di scimmione.

E il chilo si mesce,
poi passa nel tenue
che frastagliato síaccresce,
in villi
che pregni síallungano,
nel sangue riversano
le ultime nutrienti sostanze,
i sali minerali, i monosaccaridi
e líacqua che idrata
(e un primitivo vigor rude
gli amminoacidi ci allaccia,
di acidi grassi cíintrica le placche).

Alfin pi? roco
di laggi? sale
dallíacida ombra remota,
pi? sordo e pi? fioco
un suono síallenta,
educato si spegne
o libero erutta, romba
e ancor trema díintorno,
il figlio dellíaria lontana,
risale
la coscia di rana.

Piove
e tarda si rende
e arrende la mente
che líanima schiude
novella alla pennichella,
e dormi sulla favola bella
che ieri
mi illuse, che oggi ti illude
comunque scimmione!

JACOPO DA LENTINI
Io míaggio posto in core a Dio servire

Io míaggio posto in core a Dio servire,
comíio potesse gire in Paradiso,
lo santo loco, chíaggio audito dire
uí si mantien sollazo, gioco e riso.

Senza mia donna non vi vorria gire,
quella chíha blonda testa e claro viso,
chÈ sanza lei non poteria gaudire,
estando da la mia donna diviso.

Ma non lo dico a tale intendimento
Perchíio peccato ci vellesse fare,
se non veder lo suo bel portamento,

lo bel viso e lo morbido sguardare:
chÈ mi terria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiÚra stare.

REPLICA A JACOPO DA LENTINI
Davide Riccio

Anche se a fare sempre del mio meglio
io míimpegno, senza proponimento
far di servire un Dio da santo veglio
per meritare eterno il rapimento

l‡ nel santo luogo di cui si dice
per nulla mondano, in quel paradiso
non vorrÚ andarvi, chiesa matrice,
senza pi? mutarmi tra il pianto e il riso.

Non vorrei risiedere in paradiso
senza le somiglianze a questo mondo,
specialmente senza donne io non vi andrei.

E lo dico proprio perchÈ a certi inviso
peccato ancora senza fine nÈ fondo
farvi vorrei, che peccato non Ë,

mai fu, ma ciÚ
che cíË di pi? sacro.

SONETTO

Lo scrivo in fretta senza labor limae
giocandovi alle pi? sensate rime
in forma di sonetto che rispetto
in schema regolare, e per dispetto

perÚ non vi dirÚ nulla di verso
in verso nel contesto diverso
da questo dirvi niente che dispiace
ma ai piedi della fronte si dan pace

il prof. ed il purista della metrica e
stilistica, raccolti sulle volte,
la sirma o per epentesi la sirima,

trovando infine per pi? severa etica
un verso irregolare ed altre molte
eresie e imperfezioni, loro fisima.


GLI ANTI-HAIKU


I

Scrivere haiku
Pretesa di italianiÖ
Non Ë lo stesso

II

Al semaforo
pallina di caccola,
dolce settembre.

III

Scrivere haiku
sembra dir tutto e niente;
facile in fondo.

MORTA LA PERIFRASI (divertissement)
(25 dicembre 2002)

Odo festante un botto
che pur detonando rallegra
e nessuno uccide,
ma in fuga mette
dal mio fido amico díamor costante
gli alati silenti fratelli
Morfeo, Fobetore e Fantaso:
spaurito e ignaro si ridesta
ed ambe le orecchie,
che drizzate avea da prima,
cader lascia seduto e sgomento
l‡ dove i potenti di Persia
sedevano un tempoÖ

Insomma, un petardo scoppia
e spaventa il mio cane
che si drizza sul divano.

PerÚ, morta la perifrasi
- balaibalan dei sacri vati insuperabili -
come farci ancor di poco o niente una poesia?

Note.

La circonlocuzione in luogo della parola specifica, del nome proprio, dellíespressione diretta, Ë stata per secoli uno dei pi? importanti strumenti del linguaggio poetico. Tutti i poeti, fino alla fine dellíOttocento e al Novecento, hanno fatto ricorso alla perifrasi ogni volta che occorreva evitare il termine realistico, tecnico o quotidiano. Come ricorda Francesco Sarri, ancora nellíOttocento un maestro di retorica dava ai suoi discepoli il consiglio di aborrire le idee basse, che rammentino cose a noi troppo vicineÖ ìNon dirai amore, ma il bendato arciere; non il vino ma liquor di Bacco; non il leone, líaquila, ma la regina deí volanti, il biondo imperator della foresta; non líacqua, ma il liquido cristalloÖ Etc.).
Un altro esempio: prima che Guido Gozzano osasse chiamare il caffË col suo nome, il Parini, costretto a parlarne per la prima volta nei suoi versi, lo chiamÚ ìla nettarea bevanda ove abbronzato / fuma e arde il legume a te díAleppo / giunto e da MocaÖî!
Il fatto che io abbia scritto questo divertissement Ë perchÈ gran parte delle poesie classiche, considerate patrimonio ìinsuperabileî ancora oggi, stringendo, in realt‡, spesso, non dicono che poco pi? o lo stesso del ìpetardo che scoppia / e spaventa il cane / che si drizza sul divanoî, e tutta líarte poetica si complica in circonlocuzioni incomprensibili senza note a pieí di pagina, senza contare la metrica e la stilistica. Nonostante un secolo e pi? di sliricizzazione, ancora oggi cíË chi aborre la parola specifica, il nome proprio, líespressione diretta, pensando che ciÚ non sia poesia creando altre perifrasi di effetto pi? moderno, ma non meno ridicolo.

Morfeo, figlio favoloso di Hypnos e della Notte, Ë una divinit‡ dei sogni che assume sembianze umane. I suoi fratelli sono Fantaso, che procura sogni di case e paesaggi, e Fobetore o Icelo, che assume forme di animali.

PoichÈ il mio cane si chiama Ulisse, ho qui citato Argo, il cane di Ulisse dal passo dallíOdissea XVII: ìComíegli vide il suo signor pi? presso, / e, benchÈ tra queí cenci il riconobbe, / squassÚ la coda festeggiando, ed ambe / le orecchie, che drizzate avea da prima, / cader lasciÚÖ

Balaibalan: Eí un idioma sacro e segreto degli iniziati della setta dei dervisci Horufi (XVI secolo), analoga per sintassi alla lingua araba, prima lingua artificiale sviluppata volutamente dallíuomo, a tavolino.

TABUí

Tab? linguistici e non solo
pretendono
che io non dica
parole sacralmente
pudicamente inibite

Nella cautela cerimoniale
della noa concessaci
mi avvicino invece
colto e quindi perdonabile
alla licenza di dire che la vulva
lascia un odore che amo
sulle mie dita
pi? di ogni poetico fiore

E non vi rassicuri
pensarla poesia erotica
perciÚ minore
come in Verlaine di
ìNe mÈtaphorons pas,
foutons!î

Nota: Noa, ciÚ che non Ë tab?.



UNíALTRA POESIA (Epifenomeno)

La poesia Ë una metastasi
il cambiamento di sede
di un processo morboso
qual Ë il cancro del proposito
di scriverne ancora

LíORCHIEPIDIDIMITE

Stiro
con líondivaga prora del ferro
ciascuna esterna forza che ha turbato
líequilibrio di livello
e penso cose che non so ricordare
come i madrigali di Palestrina
se non che il genere.

Lavo
piatti di ieri e pavimenti e il bucato
e spolvero e rimugino
su quanta di tanta polvere
appartenne gi‡ a qualcuno;
invero pensieri forzati
che non si pensano davvero
se non cosÏ, per poetare.

Cucino
imbastisco un veloce pasto frugale
quando non mangi da me:
una pastasciutta al dente
del cavolfiore e una mela.
Eppure digiuno di vedere te
che sola al mondo dovrei curare
pur di citare or ora il Petrarca.

Poi leggo un libro e i giornali
porto a spasso il cane
e mi godo questa mutua
al punto che mi piacerebbe díessere
il ricco o líancora nobile
che vivano di rendita
e del solo sforzo di immediate semplificate
soddisfazioni del Don Giovanni.

E mi curo
líorchiepididimite indicibile
nome di poemetto che pare
un dialogo platonico come líEutidemo
o di Omero la Batracomiomachia
o del Leopardi il paralipomeni a questa
e si direbbe oramai:
ìche palle, la sostanza Ë la stessa!î.

Aspetto che chiami
o chiamerÚ io.
Se stasera non ci vedremo
ti scriverÚ qualcosa.

Note biografiche


Davide Riccio, di origini scozzesi, irpine e normanne, Ë nato nel 1966 a Torino, dove vive svolgendovi dal 1986 líattivit‡ di educatore professionale in favore di disabili e in ambito psichiatrico presso una comunit‡ alloggio di pronto intervento. Eí inoltre giornalista. Ha collaborato con il quotidiano ìTorino Seraî (cultura in genere, recensioni) dal 1999 al 2001 e con ìLa Val Susaî nel 1998 (pagine musicali). Articolista e divulgatore per la rivista nazionale di turismo, arte, scienze e misteri ìOblÚî dal terzo numero ad oggi (fondata nel 2000 con sede a Livorno). Dal 1994 al 2002 ha collaborato fin dal primo numero alla rivista nazionale di letteratura ìVerniceî della Genesi Editrice. Ricercatore e inquirente del C.U.N. (Centro Ufologico Nazionale) tra il 1997 e il 1998. Pubblica poesie e racconti dal 1983, prediligendo antologie e riviste, e da due anni Internet al fine di non pagarsi líautopubblicazione, comíË praticamente sempre richiesto dalla piccola editoria. Ha collaborato
con diverse note testate di ufologia (come Dossier Alieni e Stargate Magazine).
Musicista polistrumentista e cantante autore con diversi dischi e compilazioni a nome proprio (di cui tre microsolchi tra il 1991 e il 1994, in tempo per togliersi la soddisfazione del vinile ormai morto e sepolto), e in gruppi (molto attivo negli anni í80 nellíundergorund rock torinese e tra le avanguardie, concerti etc., a cui sono seguiti solo lavori di studio nei ë90.
Insieme a De Caro, Pontillo e Avenati, Ë stato uno dei fondatori del ìGruppo Factoryî, gruppo aperto di performance di poesia multimediale (reading e recitazione di poesia su musiche, video, mostre, balletti etc. propri e di collaboratori), attivo in teatri, strada, locali etc. tra il 1998 e il 2000 (spettacoli ìAliasî e ìTelekomaî). Il Gruppo Factory ha a suo tempo interessato Aldo Nove per la pubblicazione alla Bompiani (collana InVersi) del libro con cd ìFactoryísî; poiÖ non se níË fatto pi? niente.
Riccio Ë fra líaltro autore di una biografia storica (la prima e al momento unica) sullíomonimo Davide Riccio (1533-1566, musicista torinese, segretario personale e amante di Maria Stuarda brutalmente assassinato in un complotto di Stato in Scozia). Biografia che si puÚ scaricare e leggere in e-book.
Per leggere altre sue opere, ve níË un discreto numero in rete (consigliata ricerca con Google).